I racconti dell'Alhambra
LetteraTour,  Spagna

I racconti dell’Alhambra, tra leggende e misteri

Questo articolo vuole descrivervi uno dei massimi capolavori dell’arte araba attraverso il libro “Racconti dell’Alhambra” di Washington Irving. L’opera, scritta nel  1832, racconta l’esperienza dello scrittore che ha vissuto per un certo periodo nella Alhambra, immergendosi totalmente nella vita del palazzo e nelle leggende che si legano ad esso.

Ci troviamo nell’antico regno di Granada, un luogo circondato delle Sierras imbiancate di neve. In lontananza scorgiamo le mura e le torri della fortezza rossa, antica dimora dei re Mori e dei successivi imperatori Cattolici.

L’Alhambra è un gioiello architettonico elegante dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO, insieme ai giardini Generalife, nel 1984. Passando sotto i suoi archi arabeggianti ci si ritrova come catapultati in un altro tempo: da una parte vi è l’austera area militare, detta Alcazaba, mentre dall’altra vi è la Medina o città palatina, dove è possibile passeggiare nei famosi Palacios Nazaries e i giardini del Partal.

Per entrare bisogna passare attraverso la Puerta de la Justicia sulla quale vi è una targa posta in onore dello storico e viaggiatore romantico Washington Irving.

Il grande portico d’ingresso è composto da un gigantesco arco arabo sopra il quale è incisa una mano. Più all’interno, sotto la più attuale statua della Madonna, è scolpita una enorme chiave. Secondo la simbologia maomettana la mano è l’emblema della dottrina mentre la chiave è il simbolo della fede. Tuttavia secondo le credenze popolari, che come racconta Irving vedono mistero e magia in tutto ciò che è mussulmano, dietro queste opere si nasconderebbe una leggenda. Secondo queste dicerie popolari la fortezza sarebbe infatti protetta da un potente incantesimo lanciato dal mago che la costruì. Si dice che questa protezione magica durerà fino al giorno in cui la mano scenderà ad afferrare la chiave. Allora tutti gli edifici diventeranno polvere e i tesori dei mori nascosti verranno alla luce.

Questo riuscirebbe anche a spiegare come mai questo edificio sia riuscito a sopravvivere agli attacchi militari, ai terremoti e alle tempeste mentre quasi tutte le altre opere dei Mori sono state distrutte.

La corte dei leoni

Come sostiene Iriving nel suo libro “è qui che la mano del tempo si è posata più lievemente  e dove le eleganti vestigia dello splendore moresco risaltano ancora con freschezza quasi originale”.

La Corte dei Leoni infatti si è conservata nel suo massimo splendore. I suoi archetti, seppur apparentemente fragili, hanno resistito ai terremoti sorretti delle 124 colonnine di marmo che compongono il portico.

Al centro del patio si trova la bellissima fontana dei dodici leoni, i quali rappresenterebbero le dodici Tribù di Israele. Sembra che questa fontana in marmo appartenesse al visir ebreo Samuel Ben Nagrela, il quale decise di donarla al Sultano.

Tutto intorno al patio si aprono poi diverse stanze, una più bella dell’altra: la Sala de los Abencerraje, la Sala de los Reyes e la Sala de las dos Hermanas. Come vuole l’idea del paradiso mussulmano queste sale sono prive di finestre e l’unico loro accesso è il cortile.

Molti sono i racconti che aleggiano dietro il Palacio de los Leones. Il più famoso è legato al massacro della famiglia degli Abenserragi. Nella sala che porta il loro nome, al di sotto della meravigliosa cupola a forma di stella a otto punte, dicono che durante la notte si sentano ancora i mormorii e i rumori di catena attribuiti all’uccisione di questa famiglia araba.

Entrando nella sala de los Abencerraje, oltre ad ammirare il suo bellissimo aspetto, provate quindi ad immaginare, come racconta Irving, la fontana insanguinata: “É difficile conciliare queste leggende di violenza e di sangue con la dolcezza e la pace di questa scena!”

Torre de las Infantas

Può capitare, passeggiando lungo le mura esterne dell’Alhambra, di immaginare in cima ad una torre moresca una bella donna con il capo adorno di fiori. In tal caso starete sicuramente osservando la torre de las Infantas, anche detta la torre delle principesse.

Una leggenda racconta che in questa torre furono rinchiuse tre bellissime principesse, figlie del re Moro Mohamed il mancino e di una principessa cattolica andalusa. Gli astrologi consigliarono al re di tenerle sorvegliarle in età da marito così il sovrano decise di farle crescere senza alcun contatto con il mondo esterno.

Il tempo passava e le tre fanciulle crebbero sotto la custodia di una nutrice andalusa che le amava come fossero loro figlie.

Un giorno però, dalla finestra della loro torre, le tre giovani donne videro passare tre nobili cavalieri cristiani tenuti in prigionia da loro padre. I tre uomini erano forti e come tutti gli andalusi erano soliti cantare e suonare per svagarsi durante le pause di lavoro. Fu così che le tre principesse si innamorarono dei cavalieri e iniziarono a sperare di conoscerli meglio.

Grazie all’aiuto della nutrice e pagando le guardie dei tre prigionieri, riuscirono a incontrare i tre uomini i quali iniziarono ad intonare canti e poesie spagnole in onore delle tre bellissime fanciulle. Tra un madrigale e l’altro i giovani si innamorarono tra loro e ben presto le principesse iniziarono a pensare ad una fuga.

Dopo un lungo periodo di prigionia i tre cavalieri furono riscattati dalle loro famiglie tornando finalmente liberi. Prima di tornare a casa decisero di pianificare la fuga delle loro amate e iniziare così una nuova vita insieme. Le due sorelle più grandi si convinsero a scappare dall’austero padre ma la più timida delle tre, colta da molte esitazioni, non riuscì a trovare il coraggio.

Attraverso dei cunicoli scavati sotto la fortezza le due sorelle maggiori furono portate fuori dalle mura. Lì i tre cavalieri le stavano aspettando sui loro cavalli spagnoli e durante la notte riuscirono a fuggire fino a Cordoba, dove le due principesse sposarono i rispettivi uomini.

La sorella minore ebbe una sorte più triste. Il padre, adirato per il tradimento, la rinchiuse nella torre aumentando la sua sorveglianza. La leggenda racconta che la giovane, pentitasi amaramente per non essere fuggita con le sorelle,  morì poco dopo. Si dice che il suo corpo sia sepolto proprio ai piedi della torre de las Infantas.

Torre de los Siete Suelos

Questa torre si trova sul lato sud della fortezza e il suo nome deriva dalla credenza che ci siano 7 piani interrati sotto i bastioni. Un tempo questa era una delle porte principali dell’Alhambra e si dice che Boabdil sia uscito da qui quando consegnò il palazzo ai monarchi cattolici.

Ma cosa si cela sotto i piani nascosti nel sottosuolo? Nessuno lo sa con certezza ma la storia che viene generalmente raccontata è la seguente.

Si dice che un tempo un brav’uomo di nome Peregil soccorse un Moro che non si sentiva bene. Non sapendo dove accompagnarlo lo fece salire sul suo asinello e lo portò a casa. Purtroppo l’arabo si aggravò molto rapidamente e durante la notte morì. In fin di vita però consegnò al buon Peregil tutti i suoi averi rinchiusi in una piccola scatola di cuoio.

La moglie, preoccupata di un’eventuale accusa dell’omicidio del forestiero, disse al marito di seppellire il corpo dove nessuno poteva trovarlo. Fu così che Peregil arrotolò il corpo del povero mussulmano in un tappeto, lo caricò sul suo asinello e lo trasportò verso il fiume.

Tuttavia uscendo di casa, un vicino molto curioso vide tutta la scena e dopo aver seguito Peregil, decise di denunciarlo all’alcalde.

Quest’ultimo, di nome Pedrillo, era un uomo avido e dispotico e non appena sentì la storia pensò che Peregil avesse ucciso il Moro per rubargli la sua fortuna. Così si precipitò a casa del brav’uomo per prendere il presunto bottino.

Pedrillo iniziò a minacciare Peregil, finché non gli mostrò la sua scatola in cuoio, che però conteneva solo una piccola pergamena e una candela mezza consumata. Adirato, l’alcalde andò via sequestrando solo l’asino del pover’uomo.

Peregil, non sapendo come campare senza l’aiuto del suo asinello, portò la pergamena da un suo conoscente arabo per comprendere il significato del testo. Il Moro la esaminò attentamente e poi sorridendogli gli comunicò che si trattava di una formula magica per ritrovare un tesoro nascosto sotto una torre dell’Alhambra. Gli disse inoltre che per poter aprire la porta era necessaria una candela magica.  

I due decisero quindi di incontrarsi la notte stessa ai piedi della torre. Qui l’arabo, alla luce della candela profumata, pronunciò la formula magica. Improvvisamente il terreno iniziò a tremare e davanti a loro si materializzò una scalinata, che conduceva ad una stanza sotterranea. Qui trovarono un’infinità di gioielli e monete d’oro, si riempirono le tasche e corsero a casa, intenzionati a ritornare la notte successiva.

La moglie di Peregil, vedendolo arrivare a casa con tutte queste ricchezze, non riuscì a trattenersi e il giorno seguente si affacciò dalla finestra adorna di gioielli. Naturalmente il vicino non aspettava altro e corse subito dall’Alcalde per denunciare ciò che aveva visto.

Il passo fu breve che tutti e quattro gli uomini si ritrovarono davanti alla torre per recuperare altri tesori. Dopo aver riempito alcune otri d’oro, l’insaziabile alcalde e il vicino decisero di tornare nella stanza segreta da soli per raccogliere altre monete d’oro. Appena misero piede nella grotta, il Moro soffiò sulla candela, rompendo l’incantesimo. La porta magica si richiuse di colpo, imprigionando i due avidi per sempre. Peregil e il Moro, d’altro canto, decisero di lasciare le loro case e godersi in pace le loro fortune.

Se state organizzando un viaggio in Andalusia non potete perdervi questa tappa! 

Per prenotare l’ingresso ai palazzi dell’Alhambra il nostro suggerimento è di acquistare i biglietti con largo anticipo perché esauriscono velocemente essendoci un numero limitato di visitatori al giorno.

Per trovare maggiori informazioni a riguardo potete cliccare QUI: il sito dell’Alhambra è ben dettagliato e potete trovare molte informazioni sui luoghi da visitare.

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